11) Descartes. La teologia razionale.
Descartes era talmente convinto dell'evidenza dei suoi
ragionamenti sull'esistenza di Dio da affermare: Cogito, ergo Deus
est. Infatti ogni uomo, in quanto res cogitans, ha delle idee. Di
queste alcune non possiamo essercele date da noi, come l'idea di
perfezione e  quella di infinito, perch non siamo n perfetti, n
infiniti. Descartes pone uno stretto rapporto fra le sue prove
razionali dell'esistenza di Dio e l'innatismo.
R. Descartes, Meditazioni metafisiche, Terza meditazione (pagine
130-132).

Non resta, dunque, che la sola idea di Dio, nella quale bisogna
considerare se vi sia qualche cosa che non sia potuta venire da me
stesso. Con il nome di Dio intendo una sostanza infinita, eterna,
immutabile, indipendente, onnisciente, onnipotente, e dalla quale
io stesso, e tutte le altre cose che sono (se  vero che ve ne
sono di esistenti), siano stati creati e prodotti. Ora, queste
prerogative sono cos grandi e cos eminenti, che pi attentamente
le considero, e meno mi persuado che l'idea che ne ho possa trarre
la sua origine da me solo. E, per conseguenza, bisogna
necessariamente concludere, da tutto ci che ho detto per lo
innanzi, che Dio esiste; poich, sebbene l'idea della sostanza sia
in me per il fatto stesso che sono una sostanza, non avrei,
tuttavia, l'idea di una sostanza infinita, io che sono un essere
finito, se essa non fosse stata messa in me da qualche sostanza
veramente infinita.
N debbo supporre di concepire l'infinito, non per mezzo di una
vera idea, ma solo per mezzo della negazione di ci che  finito,
cos come comprendo il riposo e le tenebre per mezzo della
negazione del movimento e della luce: poich, al contrario, vedo
manifestamente che si trova pi realt nella sostanza infinita che
nella sostanza finita, e quindi che ho, in certo modo, in me prima
la nozione dell'infinito che del finito, cio prima la nozione di
Dio che di me stesso. Perch come potrei conoscere che dubito e
che desidero, cio che mi manca qualche cosa, e che non sono del
tutto perfetto, se non avessi in me nessuna idea di un essere pi
perfetto del mio, dal cui paragone riconoscere i difetti della mia
natura?.
N si pu dire che, forse, quest'idea di Dio  materialmente
falsa, e che, per conseguenza, io la posso trarre dal niente, e
cio che essa pu trovarsi in me perch a me manca qualcosa, come
sopra ho detto delle idee del caldo e del freddo, e d'altre cose
simili: perch, al contrario, essendo quest'idea assai chiara e
distinta, e contenendo in s pi realt oggettiva di ogni altra,
non ce n' nessuna che di per s sia pi vera, n che possa essere
meno sospettata d'errore e di falsit.
L'idea, dico, di quest'essere sovranamente perfetto ed infinito 
interamente vera; poich, sebbene, forse, si possa fingere che un
tal essere non esista, non si pu fingere, tuttavia, che la sua
idea non mi rappresenti nulla di reale, come ho test detto
dell'idea del freddo.
Questa stessa idea  anche sommamente chiara e distinta, poich
tutto ci che il mio spirito concepisce chiaramente e
distintamente di reale e di vero, e che contiene in s una qualche
perfezione,  contenuto e racchiuso tutt'intero in quest'idea.
E questo non cessa di essere vero, sebbene io non comprenda
l'infinito, e bench si trovi in Dio un'infinit di cose che non
posso comprendere, e forse neppur attingere in alcun modo col
pensiero: perch  della natura dell'infinito che la mia natura,
che  finita e limitata, non lo possa comprendere; e basta che io
comprenda questo, e che giudichi che tutte le cose che concepisco
chiaramente, e nelle quali so che vi  qualche perfezione, e forse
anche un'infinit di altre che ignoro, sono in Dio formalmente o
eminentemente, perch l'idea che ne ho sia la pi vera, la pi
chiara e la pi distinta di tutte quelle che sono nel mio spirito.
Ma  possibile anche che io sia qualche cosa di pi che non
m'immagini, e che tutte le perfezioni che attribuisco alla natura
di un Dio, siano in qualche modo in me in potenza, sebbene non si
producano ancora, e non si rendano manifeste per mezzo delle loro
azioni. In effetti, io sperimento gi che la mia conoscenza
aumenta e si perfeziona a poco a poco, e non vedo niente che le
possa impedire d'aumentare sempre pi, fino all'infinito; poi,
essendo cos accresciuta e perfezionata, non vedo nulla che
impedisca che io possa acquistar per suo mezzo tutte le altre
perfezioni della natura divina; ed infine sembra che la facolt
che io ho di acquistare queste perfezioni, se  in me, possa
essere capace d'imprimervi e d'introdurvi le loro idee. Tuttavia,
guardando un po' da presso, io riconosco che ci non pu essere;
poich, in primo luogo, anche se davvero la mia conoscenza
acquistasse tutti i giorni nuovi gradi di perfezione, e vi fossero
nella mia natura molte cose in potenza, che non sono ancora
attualmente, tuttavia tutte queste prerogative non
apparterrebbero, e non si avvicinerebbero in niun modo all'idea
che ho della Divinit, nella quale nulla si trova solamente in
potenza, ma tutto  attualmente ed in effetto. E, ancora, non 
argomento infallibile e certissimo d'imperfezione nella mia
conoscenza il fatto che essa s'accresce a poco a poco, ed aumenta
per gradi? Di pi, anche se la mia conoscenza aumentasse sempre
maggiormente, ben comprendo che essa non potrebbe essere
attualmente infinita, poich essa non arriver mai a s alto punto
di perfezione, da non esser ancora capace di qualche maggior
incremento. Ma io concepisco Dio come attualmente infinito in un
s alto grado, che non si pu nulla aggiungere alla sovrana
perfezione che esso possiede. Ed infine, io comprendo benissimo
che l'essere oggettivo di un'idea non pu venir prodotto da un
essere che esista solamente in potenza, il quale, a parlar
propriamente, non  niente, ma solo da un essere formale o
attuale.
E certo, io non vedo niente in tutto ci, che non sia facilissimo
a conoscersi per mezzo della luce naturale da tutti quelli che
vorranno pensarvi accuratamente; ma sol che si rilasci alquanto la
mia attenzione, il mio spirito, trovandosi oscurato e come
accecato dalle immagini delle cose sensibili, non si ricorda
facilmente la ragione, per la quale l'idea, che io ho, d'un essere
pi perfetto del mio deve necessariamente essere stata messa in me
da un essere, che sia in effetti pi perfetto.
Ecco perch voglio qui passare oltre, e considerare se io stesso,
che ho quest'idea di Dio, potrei esistere, nel caso che non ci
fosse Dio. E domando: da chi trarrei la mia esistenza? Forse da me
stesso, o dai miei genitori, oppure da altre cause meno perfette
di Dio, perch nulla si pu immaginare di pi perfetto, e neppure
d'eguale a lui.
Ora, se io fossi indipendente da ogni altro, e fossi io stesso
l'autore del mio essere, certo non dubiterei di nessuna cosa, non
concepirei pi desideri, ed infine non mi mancherebbe nessuna
perfezione; perch mi sarei dato io stesso tutte quelle di cui ho
in me qualche idea, e cos sarei Dio.
Ed io non debbo immaginarmi che le cose che mi mancano siano pi
difficili ad acquistare di quelle di cui sono gi in possesso;
perch, al contrario,  certissimo che  stato molto pi difficile
che io, cio una cosa o sostanza pensante, sia uscito dal niente,
di quel che non mi sarebbe l'acquistare i lumi e le conoscenze di
parecchie cose che ignoro, e che non sono se non accidenti di
questa sostanza. E cos, senza difficolt, se mi fossi dato io
stesso quel pi del quale ho parlato, cio se fossi l'autore della
mia nascita e della mia esistenza, non mi sarei privato almeno
delle cose che sono di pi facile acquisto, cio di molte
conoscenze di cui la mia natura  priva; non mi sarei privato
neppure di nessuna delle cose, che sono contenute nell'idea di
Dio, perch non ve n' nessuna che mi sembri di pi difficile
acquisto; e se ce ne fosse qualcuna, certo essa mi parrebbe tale
(supposto che io avessi da me tutte le altre cose che posseggo),
perch sperimenterei che la mia potenza vi avrebbe il suo termine,
e non sarebbe capace d'arrivarvi.
E sebbene io possa supporre che forse sono sempre esistito come
esisto ora, non perci saprei evitare la forza di questo
ragionamento, smettere di credere necessario che Dio sia l'autore
della mia esistenza. Poich tutto il tempo della mia vita pu
esser diviso in un'infinit di parti, ciascuna delle quali non
dipende in nessuna maniera dalle altre; ma dal fatto che un poco
prima sono esistito non segue che io debba esistere adesso, a meno
che in questo momento qualche causa mi produca e mi crei, per cos
dire, da capo, cio mi conservi.
In effetti,  una cosa ben chiara ed evidente (a tutti quelli che
considereranno con attenzione la natura del tempo), che una
sostanza, per essere conservata in tutti i momenti che essa dura,
ha bisogno dello stesso potere e della stessa azione che sarebbe
necessaria a produrla e a crearla affatto di nuovo, se essa non
fosse ancora. Di modo che la luce naturale ci fa vedere
chiaramente che la conservazione e la creazione differiscono solo
riguardo al nostro modo di pensare, e non in effetti. Bisogna,
dunque, solamente che io interroghi qui me stesso, per sapere se
posseggo qualche potere e qualche virt, capace di fare in modo
che io, che ora esisto, esista ancora nell'avvenire: orbene,
poich io non sono altro che una cosa che pensa (o almeno, poich
finora precisamente si  trattato solo di questa parte di me), se
tale potenza risiedesse in me, certo dovrei almeno pensarla ed
averne conoscenza; ma io non l'avverto affatto in me, e da ci
conosco evidentemente che dipendo da qualche essere differente da
me.
Ora, non potrebbe darsi che quell'essere, dal quale io dipendo,
non sia ci che chiamo Dio, e che io sia prodotto, o dai miei
genitori, o da altre cause meno perfette di Dio? Ben lungi da ci,
la cosa non pu essere cos. Perch, come ho gi detto innanzi, 
evidentissimo che dev'esserci almeno tanta realt nella causa
quanta nel suo effetto. E pertanto, poich io sono una cosa che
pensa, ed ho in me qualche idea di Dio, quale che sia infine la
causa che si attribuisca alla mia natura, bisogna necessariamente
confessare che essa deve parimente essere una cosa che pensa, e
possedere in s l'idea di tutte le perfezioni che attribuisco alla
natura divina. Poi si pu da capo ricercare se questa causa trae
la sua origine e la sua esistenza da se stessa o da qualche altra
cosa. Poich, se essa la deriva da se stessa, ne segue, per le
ragioni che ho di sopra allegate, che essa stessa dev'essere Dio;
infatti, avendo la virt d'essere e d'esistere per s, deve anche
avere, senza dubbio, la potenza di possedere attualmente tutte le
perfezioni di cui concepisce le idee, cio tutte quelle che io
concepisco essere in Dio. Che se essa trae la sua esistenza da
qualche causa altra da s, si domander da capo, per la stessa
ragione, di questa seconda causa, se esiste di per s o per opera
d'altri, fino a che, di grado in grado, si pervenga ad un'ultima
causa, che si trover essere Dio. Ed  manifestissimo che in ci
non pu esserci progresso all'infinito, visto che non si tratta
tanto, qui, della causa che m'ha prodotto altra volta, quanto di
quella che mi conserva presentemente.
N si pu fingere che, forse, parecchie cause parziali hanno
insieme concorso alla mia produzione, e che dall'una io ho
ricevuto l'idea di una delle perfezioni che attribuisco a Dio, e
da un'altra l'idea di qualche altra, in modo che tutte queste
perfezioni si trovino in verit in qualche parte nell'universo, ma
non s'incontrino tutte congiunte e riunite in una sola che sia
Dio. Poich, al contrario, l'unit, la semplicit o
l'inseparabilit di tutte le cose che sono in Dio  una delle
principali perfezioni, che io concepisco essere in lui; e, certo,
l'idea di quest'unit e riunione di tutte le perfezioni di Dio non
ha potuto essere messa in me da una causa, da cui io non abbia
parimente ricevuto le idee di tutte le altre perfezioni. Perch
essa non pu avermele fatte comprendere come insieme congiunte ed
inseparabili, senza aver fatto contemporaneamente in modo che io
sapessi ci che esse erano, e le conoscessi tutte in qualche
maniera.
Per ci che riguarda i miei genitori, dai quali sembra che io
tragga la mia nascita, anche se tutto ci che ne ho mai potuto
credere sia vero, ci, tuttavia, non fa s che siano essi che mi
conservino, e che mi abbiano fatto e prodotto in quanto cosa che
pensa poich essi hanno solamente messo alcune disposizioni in
quella materia, nella quale giudico che io, e cio il mio spirito,
che solo prendo ora per me stesso, si trovi rinchiuso; e pertanto
non pu esservi qui a loro riguardo alcuna difficolt, ma bisogna
necessariamente concludere che, per il solo fatto che io esisto, e
che l'idea di un essere sovranamente perfetto (cio di Dio)  in
me, l'esistenza di Dio  evidentissimamente dimostrata.
Mi resta solo da esaminare in qual maniera io abbia acquistato
quest'idea, poich non l'ho ricevuta per mezzo dei sensi, e mai
essa s' offerta a me contro la mia aspettativa, come fanno le
idee delle cose sensibili, quando queste si presentano, o sembrano
presentarsi, agli organi esteriori dei miei sensi. Essa non 
neppure una pura produzione o finzione del mio spirito, perch non
 in mio potere di togliervi o d'aggiungervi alcuna cosa. E, per
conseguenza, non resta altro a dire, se non che, come l'idea di me
stesso, essa  nata e prodotta con me, fin da quando sono stato
creato.
E, certo, non si deve trovare strano che Dio, creandomi, abbia
messo in me questa idea, perch fosse come la marca dell'operaio
impressa sulla sua opera; e non  neppur necessario che questa
marca sia qualcosa di differente da questa stessa opera. Ma da ci
solo che Dio mi ha creato,  assai credibile ch'egli m'abbia in
qualche modo prodotto a sua immagine e somiglianza, e che io
concepisca questa rassomiglianza (nella quale l'idea di Dio si
trova contenuta) per mezzo della stessa facolt con la quale
concepisco me stesso: cio che quando io rifletto su me, non
solamente conosca di essere una cosa imperfetta, incompleta e
dipendente da altri, che tende e che aspira senza posa a qualche
cosa di migliore e di pi grande che io non sia, ma conosca anche,
in pari tempo, che colui, dal quale dipendo, possiede in s tutte
le grandi cose alle quali aspiro, e di cui trovo in me le idee; e
che le possiede, non indefinitivamente e solo in potenza, ma ne
gode in effetti, attualmente ed infinitamente, e quindi che  Dio.
E tutta la forza dell'argomento, di cui qui ho fatto uso per
provare l'esistenza di Dio, consiste in ci, che io riconosco che
non sarebbe possibile che la mia natura fosse tale quale , cio
che avessi in me l'idea di un Dio, se Dio non esistesse veramente;
quello stesso Dio, dico, l'idea del quale  in me: che possiede
cio tutte quelle alte perfezioni, di cui il nostro spirito pu
bene avere qualche idea, senza pertanto comprenderle tutte; che
non  soggetto a niun difetto; che non ha nessuna di quelle cose
che indicano qualche imperfezione.
Donde risulta con abbastanza evidenza che esso non pu essere
ingannatore, poich la luce naturale c'insegna che l'inganno
dipende necessariamente da qualche difetto.
Ma, prima che io esamini questo pi accuratamente, e che passi
alla considerazione delle altre verit che se ne possono
raccogliere, mi sembra molto a proposito fermarmi qualche tempo
alla contemplazione di questo Dio perfettissimo, di ponderare a
mio agio i suoi meravigliosi attributi, di considerare, ammirare e
adorare l'incomparabile belt di questa immensa luce, almeno tanto
quanto potr permettermelo la forza del mio spirito, che ne resta
in certo modo abbagliato.
Poich, come la fede c'insegna che la sovrana felicit dell'altra
vita non consiste che in questa contemplazione della divina
Maest, cos sperimentiamo fin d'adesso che una simile
meditazione, sebbene incomparabilmente meno perfetta, ci fa godere
della maggior gioia di cui siamo capaci in questa vita.
R. Descartes, Opere, Laterza, Bari, 1967, volume primo, pagine 225-
231.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/3. Capitolo
Cinque.
12) Descartes. La prova ontologica.
Dopo aver fatto l'esempio del triangolo, che esiste solo nella
mente umana e contemporaneamente ha una natura sua propria,
Descartes utilizza l'argomento ontologico (vedi Quaderno primo/6,
capitolo Undici, n. 21), secondo il quale in Dio essenza ed
esistenza coincidono. Dalla certezza della conoscenza di Dio,
Descartes ritiene di poter acquisire una scienza perfetta
riguardo ad un'infinit di cose.
R. Descartes, Meditazioni metafisiche, Quinta meditazione (pagine
130-131).

Ora, se dal solo fatto che posso trarre dal mio pensiero l'idea di
qualcosa, segue che tutto ci che io riconosco chiaramente e
distintamente appartenere a questa cosa le appartiene in effetti,
non posso io trarre da ci un argomento ed una prova dimostrativa
dell'esistenza di Dio? E' certo che io trovo in me la sua idea,
cio l'idea di un essere sovranamente perfetto, non meno di quella
di qualsiasi figura o di qualsiasi numero. E non conosco meno
chiaramente e distintamente che un'attuale ed eterna esistenza
appartiene alla sua natura, di quel che conosca che tutto ci che
io posso dimostrare di qualche figura o di qualche numero
appartiene veramente alla natura di questa figura o di questo
numero. E pertanto, anche se tutto ci che ho concluso nelle
meditazioni precedenti non risultasse vero, l'esistenza di Dio
deve mantenere nel mio spirito almeno lo stesso grado di certezza
che ho attribuito fin qui a tutte le verit matematiche che non
riguardano se non i numeri e le figure: anche se ci non appaia a
prima vista interamente manifesto, ma sembri avere una qualche
apparenza di sofisma. Infatti, essendomi abituato in tutte le
altre cose a fare distinzione fra l'esistenza e l'essenza, io mi
convinco facilmente che l'esistenza pu essere separata
dall'essenza di Dio, e che cos si pu concepire Dio come non
esistente attualmente. Ma, tuttavia, quando vi penso con maggiore
attenzione, trovo manifestamente che l'esistenza non pu essere
separata dall'essenza di Dio pi di quel che dall'essenza di un
triangolo rettilineo l'equivalenza dei suoi tre angoli a due
retti, oppure dall'idea d'una montagna l'idea d'una vallata; di
modo che non vi  minor repugnanza a concepire un Dio (cio un
essere sovranamente perfetto), al quale manchi l'esistenza (cio
al quale manchi qualche perfezione), che a concepire una montagna
che non abbia vallata.
Ma bench, in effetti, io non possa concepire un Dio senza
esistenza pi che una montagna senza vallata, tuttavia, come dal
solo fatto che concepisco una montagna con una vallata non segue
che esista qualche montagna nel mondo, cos anche, sebbene io
concepisca Dio con l'esistenza, sembra che non ne segua, per
questo, che un Dio esista: perch il mio pensiero non impone
nessuna necessit alle cose; e come non dipende se non da me
l'immaginare un cavallo alato, sebbene non ce ne sia nessuno che
abbia le ali, cos potrei forse attribuire l'esistenza a Dio,
sebbene non ci sia nessun Dio che esista. Eppure, viceversa,
proprio qui un sofisma  nascosto sotto l'apparenza di questa
obbiezione: perch dal fatto che io non posso concepire una
montagna senza vallata, non segue che vi siano al mondo montagne o
vallate, ma solamente che la montagna e la vallata, sia che
esistano, sia che non esistano, non si possono in nessun modo
separare l'una dall'altra; mentre dal solo fatto che io non posso
concepire Dio senza esistenza, segue che l'esistenza 
inseparabile da lui, e, pertanto, che egli esiste veramente: e non
gi perch il mio pensiero possa fare che la cosa vada cos, n
perch esso imponga alle cose alcuna necessit; ma, al contrario,
perch la necessit della cosa stessa, cio dell'esistenza di Dio,
determina il mio pensiero a concepirlo in tal maniera. Poich non
 in mio arbitrio concepire un Dio senza esistenza (cio un essere
sovranamente perfetto senza una sovrana perfezione), come  in mio
arbitrio immaginare un cavallo senza ali o con le ali.
E non si deve dire, qui, che  necessario che io riconosca che Dio
esiste, sol perch avevo supposto in precedenza che egli
possedesse ogni perfezione, e tale  l'esistenza. S che, in
effetti, la mia prima supposizione non sarebbe stata necessaria,
come non  necessario pensare che tutte le figure di quattro lati
si possano iscrivere nel circolo; ma ammesso che io pensi cos,
sono poi costretto a riconoscere che il rombo si pu iscrivere nel
circolo, poich esso  una figura di quattro lati: e sono
costretto a riconoscere una cosa falsa. Non si deve, ripeto,
addurre ci: perch, sebbene non sia necessario che io mi imbatta
mai in alcun pensiero di Dio, nondimeno, tutte le volte che
m'accade di pensare a un essere primo e sovrano, e di trarre, per
cos dire, la sua idea dal tesoro del mio spirito,  necessario
che gli attribuisca ogni sorta di perfezioni, anche se non venga
ad enumerarle tutte e ad applicare la mia attenzione ad ognuna di
esse in particolare. E questa necessit  sufficiente per farmi
concludere (dopo che ho riconosciuto che l'esistenza  una
perfezione) che questo essere primo e sovrano esiste veramente:
come non  necessario che io immagini mai un triangolo; ma tutte
le volte che voglio considerare una figura rettilinea composta
solamente di tre angoli,  assolutamente necessario che le
attribuisca tutte le propriet che servono a concludere che i suoi
tre angoli non sono maggiori di due retti, sebbene, forse, non
considerassi allora ci in particolare. Ma quando esamino quali
figure sono suscettibili di essere iscritte nel circolo, non  in
nessun modo necessario che io pensi che tutte le figure di quattro
lati siano tra quelle; al contrario, non posso neppure fingere che
questo sia, fino a che vorr accogliere nel mio pensiero solo ci
che potr concepire chiaramente e distintamente. E per conseguenza
vi  una grande differenza tra le false supposizioni, come questa,
e le idee vere, che sono nate con me, e di cui la prima e
principale  quella di Dio.
Perch, in effetti, io riconosco in parecchi modi che questa idea
non  qualcosa di finto o d'inventato, dipendente solo dal mio
pensiero, ma  immagine di una vera ed immutabile natura. E,
innanzitutto, non saprei concepire altra cosa se non Dio solo,
alla cui essenza l'esistenza appartenga con necessit. Poi, anche,
non mi  possibile di concepire due o parecchi di della stessa
maniera. E posto che ve ne sia uno ora che esiste, io vedo
chiaramente essere necessario che esso sia stato per lo innanzi da
tutta l'eternit, e che sia eternamente nell'avvenire. Ed, infine,
conosco un'infinit d'altre cose in Dio, delle quali non posso
nulla diminuire, n cambiare.
Del resto, di qualunque prova ed argomento io mi serva, bisogna
sempre ritornare qui: che solo le cose che concepisco chiaramente
e distintamente hanno la forza d'interamente persuadermi. E
sebbene tra le cose che concepisco in questa maniera, ve ne siano,
in verit, alcune manifestamente conosciute da ciascuno, e ve ne
siano anche delle altre, le quali non si scoprono se non a coloro,
che le considerano pi da vicino, e che le esaminano pi
esattamente, tuttavia, una volta scoperte, non sono stimate meno
certe le une delle altre. Come, per esempio, in ogni triangolo
rettangolo, sebbene a prima vista non appaia tanto facilmente che
il quadrato della base  uguale ai quadrati degli altri due lati,
come  evidente che questa base  opposta all'angolo pi grande,
tuttavia, una volta che ci  stato riconosciuto, si  tanto
persuasi della verit dell'una cosa che dell'altra. E per quel che
riguarda Dio, certo, se il mio spirito non fosse prevenuto da
alcun pregiudizio, ed il mio pensiero non si trovasse distolto
dalla presenza continua delle immagini delle cose sensibili, nulla
io conoscerei pi presto e pi facilmente di lui. Poich non c'
nulla che di per s sia pi chiaro e pi manifesto che il pensare
che vi  un Dio, e cio un essere sovrano e perfetto, nell'idea
del quale soltanto  compresa l'esistenza necessaria o eterna; e
che, per conseguenza, esiste.
E sebbene, per ben concepire questa verit, io abbia avuto bisogno
d'una grande tensione di spirito, tuttavia adesso non solo ne sono
tanto sicuro quanto di tutto ci che mi sembra pi certo: ma,
oltre ci, noto che la certezza di tutte le altre cose ne dipende
cos assolutamente, che, senza questa conoscenza,  impossibile
poter mai saper nulla perfettamente.
Poich, sebbene io sia d'una tale natura, che, appena comprendo
qualcosa molto chiaramente e distintamente, sono naturalmente
portato a crederla vera; nondimeno, poich sono anche costituito
in modo che non posso avere lo spirito sempre rivolto ad una
medesima cosa, sovente ho solo il ricordo di aver giudicato che
una cosa  vera; e quando cesso di considerare le ragioni che mi
hanno obbligato a giudicarla tale, pu accadere, durante questo
tempo, che altre ragioni si presentino a me, le quali mi farebbero
facilmente cambiar d'opinione, se ignorassi che vi  un Dio. E
cos non avrei mai una vera e certa scienza di una cosa qualsiasi,
ma solo vaghe ed incostanti opinioni.
Come, per esempio, quando considero la natura del triangolo,
conosco evidentemente, io che sono un po' versato nella geometria,
che i suoi tre angoli sono uguali a due retti, e non mi 
possibile di non crederlo mentre applico il mio pensiero alla
dimostrazione; ma tostoch lo distolgo, ancorch mi risovvenga di
averla chiaramente compresa, tuttavia pu facilmente accadere che
io dubiti della sua verit, se ignoro che vi  un Dio. Perch
posso convincermi di essere stato fatto da natura tale da potermi
facilmente ingannare, anche nelle cose che credo di comprendere
con la maggiore evidenza e certezza; visto principalmente che mi
ricordo di avere sovente stimato come vere e certe molte cose, che
in appresso altre ragioni mi hanno portato a giudicare come
assolutamente false.
Ma dopo che ho riconosciuto che vi  un Dio, per il fatto che, in
pari tempo, ho riconosciuto anche che tutte le cose dipendono da
lui, e ch'egli non  ingannatore, ed in seguito a ci ho giudicato
che tutto quel ch'io concepisco chiaramente e distintamente non
pu non essere vero, ancorch non pensi pi alle ragioni per le
quali l'ho giudicato vero, purch mi ricordi di averlo chiaramente
compreso, non mi si pu portare niuna ragione contraria, che me lo
faccia mai revocare in dubbio; e cos ne ho una vera e certa
scienza. E questa stessa scienza si estende anche a tutte le altre
cose che mi ricordo di avere altra volta dimostrate, come le
verit della geometria, e simili: poich che cosa mi si pu
obbiettare, per obbligarmi a revocarle in dubbio? Mi si dir che
la mia natura  tale che io sono molto soggetto ad ingannarmi? Ma
io so gi che non posso ingannarmi nei giudizi di cui conosco
chiaramente le ragioni. Mi si dir che ho ritenuto altra volta
vere e certe molte cose che ho riconosciuto dopo essere false? Ma
io non avevo conosciuto chiaramente e distintamente nessuna di
quelle cose, e, non sapendo ancora la regola per mezzo della quale
mi assicuro della verit, ero stato indotto a credervi per ragioni
che ho riconosciuto dopo essere meno forti di quanto me le fossi
immaginate allora. Che mi si potr, dunque, obbiettare di pi? Che
forse io dormo (come me l'ero obbiettato io stesso avanti), oppure
che tutti i pensieri che ho adesso non sono pi veri delle
fantasticherie che immaginiamo quando siamo addormentati? Ma
quand'anche io dormissi, tutto ci che si presenta al mio spirito
con evidenza  assolutamente vero. E cos riconosco
chiarissimamente che la certezza e la verit di ogni scienza
dipende dalla sola conoscenza del vero Dio: in modo che, prima che
lo conoscessi, non potevo sapere perfettamente nessun'altra cosa.
Ed ora che lo conosco, ho il mezzo di acquistare una scienza
perfetta riguardo ad un'infinit di cose, non solo di quelle che
sono in lui, ma anche di quelle che appartengono alla natura
corporea, in quanto essa pu servire d'oggetto alle dimostrazioni
dei geometri, i quali fanno astrazione dalla sua esistenza.
R. Descartes, Opere, Laterza, Bari, 1967, volume primo, pagine
243-248.
